I touchscreen

macchine meravigliose ma strumenti di colonizzazione


Lungi da me l'idea di demonizzare questi strumenti che, tecnologicamente parlando, sono semplicemente strepitosi. Tanto per chiarire, io uso, in ordine decrescente: vari PC con Linux Ubuntu, Tablet con Android, smartphone con Android, PC con Windows 7, Apple con MacOSX (vecchiotto, non ricordo ora quale). In passato ho usato diverse varianti di Linux, Slackware, Debian, Arch, OpenWrt ecc., e anche un tablet iPad, per diversi anni. Insomma, ho le mie preferenze ma nessun "intrappolamento"! Ogni sistema ha i suoi pregi e i suoi difetti. La cosa importante è però conoscere e sapere discernere, e non solo le caratteristiche tecniche, ma anche le implicazioni più generali, attinenti alla propria costituzione di cittadini (digitali) e magari anche alle valenze etiche che l'impiego di uno strumento piuttosto che un altro possono comportare, specialmente laddove si prefiguri un contesto didattico. Oggi gesti apparentemente semplici possono avere implicazioni complesse. Acquistare e utilizzare un certo tipo di strumento significa anche aderire ad un modello di gestione delle risorse e di rapporto fra mercato e consumatori. A maggior ragione, conseguentemente, proporre un certo tipo di strumento in un contesto formativo, significa anche proporre ai giovani quei medesimi modelli di gestione delle risorse e di rapporto fra mercato e consumatori; significa, alfine, insegnare loro quei modelli. Perché il messaggio didattico non è solo quello esplicito, veicolato dai contenuti, ma anche quello implicito, insito nei comportamenti degli insegnanti, nei metodi e negli strumenti proposti.


Tecnologia non vuol dire solo meccanica, elettronica, design. Tutti gli artefatti che usiamo per vivere, lavorare e creare sono tecnologia. Anche la carta e la penna sono tecnologia, e di grandissimo successo anche. Di fronte ad un foglio di carta bianca, anche solo con un lapis, mi trovo nella condizione di massima creatività che si possa immaginare. Cosa sto per scrivere in questa foto? Una lettera a un amico? Un appunto estemporaneo? Un sonetto? O, più probabilmente, la lista della spesa? O forse sto per iniziare un disegno? Non ci sono limiti, o meglio, ci sono i limiti dell'umano. Ma è importante essere consapevoli che quei limiti sono esclusivamente sotto il mio controllo. Effettivamente, se volessi scrivere una lettera in finlandese qualche problema l'avrei! Il finlandese non lo so ma, è sicuro, se volessi lo potrei imparare. Questi limiti ci sono sempre ma se uno vuole li può spostare. Questione di impegno e di volontà. Non dipendono da altri.


Possiamo focalizzare un po' l'argomento ricorrendo all'artefatto grafico per illustrare il concetto di mediazione culturale sviluppato da Vigotzky a proposito dello sviluppo del bambino, ed esteso alla formazione degli adulti da Yrjö Engeström (Learning by Expanding - Second Edition, Cambridge University Press, 2015). La mediazione culturale che consente al soggetto di operare sull'oggetto include certamente tutte le componenti della propria cultura - se voglio scrivere un sonetto devo conoscere la metrica, ma devo anche avere letto molta poesia; anche se volessi scrivere rime sciolte sarebbe meglio avere una cognizione del ruolo che ha avuto la metrica nella poesia. Ma la mediazione comprende anche la conoscenza degli strumenti che devo adoperare. Banalmente, se voglio usare un lapis, prima o poi dovrò affrontare il problema di renderlo nuovamente appuntito. Certo, le conoscenze tecniche che mi occorrono a riguardo della carta e del lapis sono risibili rispetto a tutto l'armamentario culturale che mi occorre per scrivere una poesia e, tutto sommato, anche per scrivere la lista della spesa!


Con il computer le cose si complicano: per lavorare occorre indaffararsi con la tastiera, il mouse, le interfacce. C'è un mondo oscuro là dietro. Ed è tale per la grande maggioranza delle persone, anche molte che "se ne intendono". È vero, con un computer si possono fare un'infinità di cose ma all'inizio non è mai del tutto semplice. Quando vuoi scrivere devi imparare a usare un word processor, ne impari uno e poi scopri che un tuo amico ne usa un altro. Se vuoi fare un disegno devi imparare a usare un programma di grafica, poi scopri che devi decidere se usare un sistema di grafica vettoriale o bitmap. Se vuoi aggeggiare un video che hai acquisito devi imparare a usare un software di taglio e montaggio. E c'è tutta la problematica dei virus, dello spamming, del phishing, dei furti d'identità, e del furto di identità cammuffato da regalo che ti fanno i social. E quando, piano piano, inizi a sentirti un po' più disinvolto, arriva uno che ti spiega che sei un idiota perché usi il nome del gatto come password. Poi c'è quello che ti spiega che hai sbagliato tutto nella vita, anche il sistema operativo. Insomma, sì, si può veramente essere creativi con il computer e Internet (oggi le due cose vanno regolarmente insieme) ma non è così immediato. Persiste un vistoso digital divide fra chi "ci prende" (apparentemente) e chi "è negato" (apparentemente). Tanti, i più, si fermano a poche banalità, anche se perfettamente alla moda: sembri un guru agli occhi della nonna ma in realtà sei un analfabeta digitale.


Vale a dire che, la cosiddetta "curva di apprendimento", se vuoi essere veramente più produttivo e creativo, è piuttosto lenta. La componente strumentale si sta mangiando risorse nell'armamentario necessario per la mediazione. Compare un fenomeno nuovo: si rischia di pensare più allo strumento che al contenuto che con esso si produce, più al come che al cosa, alfine più all'immagine che al senso. La gestione dello strumento inizia a prevalere sul gesto creativo. Ad aggravare la situazione c'è il fatto che questo genere di competenze la scuola non le insegna, di fatto. A dispetto della quantità di insegnamenti e corsi di "informatica di base", "alfabetizzazione informatica" o "patenti" varie. Questo è il rovescio della medaglia, magari un po' enfatizzato. Va da sé che la tecnologia, fatta di internet, computer e dispositivi vari offre delle potenzialità smisurate e largamente sottoutilizzate. Ma questo è fin troppo ovvio, talmente ovvio da rendere necessario, di tanto in tanto, dare un'occhiata all'altra faccia della medaglia.


E poi il tablet, e con esso i vari dispositivi touchscreen. Un'invenzione formidabile, questo non si può davvero negare: potente come un computer - per quel che di solito serve - connettività aumentata, non meno maneggevole di una rivista, grande autonomia, un'app per ogni necessità, e, soprattutto, il ritorno all manualità. Sposti, cancelli, ingrandisci con le dita. Applichi complessi meccanismi col tocco di un polpastrello, come un mago. Una magia che ha effettivamente ammaliato il mondo, considerato che nessuno riesce a godere di alcunché, senza compulsivamente manipolare informazioni, prima, durante e dopo qualsiasi attività. Forse è progresso. In fin dei conti il nuovo disorienta sempre, specie quando questo è, tecnicamente parlando, strabiliante. Ma l'incertezza del nuovo si paga volentieri quando si guadagna in libertà. Non è così? Libertà di fare di più, fare l' impossibile di ieri. Cosa non si farebbe per una maggiore libertà!

Tuttavia, quel dito solo soletto, che si affaccia timidamente sullo schermo, non fa un po' di tristezza rispetto alle mani delle immagini precedenti? Quelle mani che, al colmo di un'evoluzione di milioni di anni, danno corpo al pensiero? Anche qui, un po' di enfasi, è vero, ma per far fronte all'ovvio generalizzato, occorre esagerare un po' con il freno, per fermarsi a riflettere un attimo.

Quel dito solo soletto è quasi tutto quello che serve per premere i bottoni virtuali nell'interfaccia grafica, con i quali si fa tutto. Fanno eccezione le operazioni di zoom delle immagini sullo schermo e la scrittura di testi, attraverso le tastiere virtuali. Qualcosa di non molto diverso dal computer, a prima vista. Ma in realtà gli strumenti forgiano le abitudini. I dispositivi touchscreen inducono alla fruizione leggera, veloce. Anche la scrittura volge verso le varie forme di messaggistica. È scomodo scrivere un testo lungo e articolato sulla tastiera virtuale, anche sui modelli con lo schermo più ampio. Chi scrive molto acquista un feeling speciale per la tastiera e quasi sempre ne predilige certi precisi tipi. Dev'essere qualcosa di simile a quello che provano i musicisti che suonano gli strumenti a tastiera. Con i dispositivi touchscreen si interagisce molto ma il computer è nettamente superiore come strumento di creazione. Ma c'è un altro aspetto, molto più subdolo e pervasivo. Con il computer si tende a usare software di tipo generale: elaborazione testi, immagini, musica, video ecc. Con i touchscreen prevale invece il concetto di app. Queste sono applicazioni più snelle, orientate a scopi più specifici, distribuite in un'enorme varietà di forme. Un'app per tutto. Ma ogni app è un mondo a se, con i suoi comandi - ovvero tasti - e le proprie precise possibilità. Con i dati puoi fare quello che è stato previsto e nel modo in cui è stato previsto da chi ha programmato l'app. Non è affatto detto che tu possa fare tutto quello che ti potrebbe venire in mente. Vale a dire: le regole del gioco le stabilisce il "mercato", non tu. Nel caso dei prodotti Apple il fatto è clamoroso, perché per introdurre una nuova app questa deve essere approvata da Apple stessa, che esercita un giudizio insindacabile. Un atteggiamento che è in totale opposizione a quello del software libero. Finisce quindi che se usi un certo tipo di app tutto è pensato affinché tu rimanga nel recinto di chi l'ha prodotta, o meglio del gruppo di potere per cui è stata prodotta. Non solo. A questo confinamento in uno spazio virtuale, o per meglio dire in uno spazio di mercato, si aggiunge anche il confinamento temporale. Usi (più o meno) felice un tablet e ti abitui a un certo corredo di app. Poi un giorno vedi che l'app "vuole" essere aggiornata. Un po' ti puoi rifiutare ma prima o poi no, la devi proprio aggiornare sennò non funziona più. La aggiorni ma... scopri che devi rinnovare il sistema operativo, IOS per Apple. Ok, ti scomponi un po' ma poi ti rassegni a aggiornare anche quello. Eh no! Troppo facile sarebbe: la nuova irrinunciabile versione del sistema non è più compatibile con il tuo dispositivo. Ma come? Se ha "solo" cinque anni? Tempi geologici in questo settore, caro mio! Peccato che quell'oggetto, ancora perfettamente funzionante, cinque anni fa sia costato 700 €. E anche quello nuovo che dovrei comprare, costa 700 €...

Sicuri che sia tutto regolare?


Insomma, la mediazione è sempre più strumentale e meno culturale. Ciò non vuol dire che si debba demonizzare questa o quella tecnologia, ma essere un po' più riflessivi forse sì. E in ogni caso: per lavorare, produrre lavori consistenti e creare, lo strumento adatto è il computer. Il tablet è uno strumento di comunicazione e consultazione. Laddove per computer si intende una macchina dotata di una tastiera comoda e un sistema operativo classico (in ordine di libertà: Linux, Windows, Mac OSX), ovvero un sistema che consenta di gestire liberamente i propri dati e di usare qualsiasi software. Ma per esercitare questa libertà occorre faticare un po', imparando ciò che serve, come è sempre stato. La moda dei touchscreen dà l'illusione che sia tutto facile, ma è, appunto, un'illusione.